Il termine di vitamina D viene generalmente usato per indicare tutti quei composti steroidei che posseggono l’attività biologica del colecalciferolo, noto anche come vitamina D3. E’ una vitamina solubile, molto resistente a fenomeni termici e di variazioni di pH, ma sensibile alla luce. La vitamina D contenuta negli alimenti, una volta assorbita a livello intestinale nel tenue, viene trasportata al fegato, inglobata nei chilomicroni. Qui la vitamina D subisce tutta una serie di processi e reazioni metaboliche e si trasforma nella sua forma attiva, che è dotata delle seguenti funzioni:
·         Promuove l’assorbimento di calcio e fosforo, anche se non se ne conoscono esattamente i meccanismi;
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La carenza di vitamina D, infatti, dà origine ad un fenomeno patologico noto come rachitismo, caratterizzato da difetti nella calcificazione delle ossa, soprattutto a carico della colonna vertebrale (la rachide appunto). Il quadro clinico è poi peggiorato dall’osteomalacia, un indebolimento generale delle ossa, che risultano più inclini alle fatture. Questo per quanto riguarda gli individui adulti; se, invece, il deficit riguarda le donne incinta, il discorso è diverso. In questo caso il futuro neonato avrà la tendenza e maggiori possibilità di nascere prematuro. Per tutti questi motivi, alle donne in gravidanza, è consigliato di raddoppiare la dose giornaliera di vitamina D raccomandata, tramite integratori da assumere per via orale. In natura esistono solo pochi alimenti contenenti la vitamina D: gli alimenti di origine vegetale, dato il loro scarso contenuto di ergo calciferolo, precursore della vitamina, ne sono poveri. Al contrario la maggior parte degli alimenti di origine animale ne contengono concentrazioni elevate. Comunque fonti molto ricche sono: gli oli di fegato dei pesci marini, che procurano la vitamina dal plancton; il tuorlo delle uova, i funghi porcini, il fegato di suino e la carne di vitello magra.






